MAURIZIO BAGLINI E LA NONA SINFONIA DI BEETHOVEN

di Andrea Panzini – IL PIANISTA MAURIZIO BAGLINI INTERPRETA LA NONA SINFONIA DI BEETHOVEN NELLA TRASCRIZIONE PER PIANOFORTE SOLO DI LISZT. Per l’ultimo concerto del ciclo “Musica in Santa Cristina” (Genus Bononiae) mercoledi 18 aprile il pianista Maurizio Baglini si è esibito nell’interpretazione della Nona Sinfonia in re min. op.125 di Ludwig van Beethoven (1770-1827) nella trascrizione per pianoforte solo di Franz Liszt. Nel 1863 infatti Liszt appone la firma, con una deferenza per lui piuttosto inusuale, alla sua forse più ambiziosa trascrizione. Maurizio Baglini, che ha inciso per la Decca questa miracolosa opera, si pone due domande fondamentali: è lecito proporre un lavoro che mette – letteralmente – le mani in un’opera dalla genesi già perfetta? Ed ancora, quale dei due autori prevarrà nella sua interpretazione, quale dei due testi avrà il sopravvento: la sublime partitura orchestrale o la sua sbalorditiva quanto rispettosa trascrizione pianistica? La prima risposta è senza dubbio positiva, quando le mani – e la mente – sono quelle di un genio come Liszt, padrone assoluto della tecnica strumentale quanto di quella compositiva; la seconda risposta è aperta, ed è tutta nella mani dell’interprete. Baglini assegna all’intervento di Liszt “un peso specifico assoluto, dal punto di vista puramente emotivo”, che oltre a restituirci la Nona con sapienza e accuratezza, le assegna il valore aggiunto della prospettiva storica e della vera e propria venerazione da parte di un altro genio, con un risultato doppiamente incandescente. Premiato giovanissimo nei più importanti Concorsi ( “Busoni” di Bolzano, “Chopin” di Varsavia, “William Kapell” del Maryland), a 24 anni Baglini vince con consenso unanime della Giuria il “World Music Piano Master” di Montecarlo. Ospite dei maggiori festival e stagioni concertistiche, la sua fitta discografia è dedicata sia al genere delle trascrizioni (con l’integrale delle opere di Bach nella rilettura di Busoni) sia al repertorio lisztiano, di cui è oggi un interprete di riferimento. La Nona Sinfonia si eleva come un massiccio impervio, superbamente isolato dal resto del “sistema montuoso” del sinfonismo beethoveniano. Tra l’Ottava e la Nona trascorrono circa dieci anni che non costituiscono solo un lungo lasso di tempo riempito dalla composizione d’importantissimi lavori da camera e di quell’altro monumento rappresentato dalla Missa Solemnis, ma anche ” l’avvento di una tra le rivoluzioni stilistiche più stupefacenti che mai si siano verificate nella coscienza creativa di un artista” (Giovanni Carli Ballola, Beethoven, Sansoni-Accademia, Milano, 1967, p.335). Fra i tanti particolari stilistici di sconcertante novità che distinguono la Nona Sinfonia dalle precedenti, vi è il superamento di quell’individualismo drammatico espresso nell’esasperata dialettica dei contrasti all’interno della forma-sonata che, dopo avere raggiunto l’acme nella Quinta Sinfonia, abbiamo visto dissolversi nella totalità espressiva del trascendente naturalismo della Sesta (“Pastorale”), lasciando successivamente il campo libero alle “astratte” architetture poliedriche della Settima e all’arguto divertissement dell’Ottava. Tale superamento dei conflitti ideali ed esistenziali, che si sviluppa parallelamente alla ricerca di valori musicali assoluti, nella Nona Sinfonia è un fatto compiuto. Questo gigantesco lavoro è un vero macrocosmo dominato dalle forze di una formidabile ratio paragonabile a quella delle ultime opere bachiane, che trova solamente in se stessa ogni possibile giustificazione e nella quale ogni personale particolarismo è trasceso in un possente anelito verso l’assoluto: di quella ratio cioè che, se per Bach e Haendel era stata quasi un dono divino, per Beethoven sarà frutto di un’immensa lotta con il proprio Io e con la fredda inerzia di un materiale sonoro, la voce umana, dal quale le sue facoltà native lo respingevano ma alla cui conquista si gettò con consapevole accanimento, spinto da precisi motivi ideali.